lunedì 18 aprile 2016

Quando un silenzio parla più di mille parole: il fenomeno dell’astensionismo in Italia

Che l’Italia sia un paese un strano, a tratti anche un po’ illogico -- diciamocelo, non è una novità.
Lo diceva Winston Churchill, in una celebre citazione a lui attribuita ma
 di cui non ho trovato la fonte esatta, secondo il quale siamo un popolo bizzarro; ma lo dimostrano anche tutte le vicende degli ultimi 20 anni che ci portano a pensare, almeno sotto un profilo puramente politico, che siamo un popolo unico al mondo, anche in senso non positivo.

E’ pur vero tuttavia che, a ben vedere, sono proprio le nostre specificità che ci hanno reso in passato un popolo innovatore, apportatore di importanti contributi alla storia e alla cultura di tutto l’Occidente: si prendano, a puro titolo di esempio, il Rinascimento italiano e – perché no, anche la nostra Costituzione del 1948.

Sarebbe un argomento molto interessante da approfondire, ma non credo che questo sia il momento più adatto per farlo, in quanto richiede molto spazio. Mi riservo tuttavia la possibilità, qualora interessasse a qualcuno, di farlo in futuro.

Tuttavia questa sommaria premessa mi è necessaria per introdurre la mia personale visione di determinati fenomeni che si stanno verificando nel nostro Paese e che hanno avuto modo di manifestarsi palesemente quest’oggi, nei risultati del referendum riguardante le concessioni regionali per la trivellazione di gas idrocarburi, tenutosi ieri - giorno 17/04/2016.
L’esito del referendum abrogativo è stato il seguente: votanti: 31,19% degli aventi diritto, Sì: 85,84%, No: 14,16% (fonte: ansa.it )

Evidentemente il dato che colpisce è quello dei votanti, ovvero un misero 31%, percentuale ben lontana da quella del 50%+1 stabilita dalla Costituzione.

L’astensionismo non è certo un fenomeno nuovo in Italia dato che, soprattutto in tempi recenti, si verifica spesso e in diverse occasioni: per le elezioni interne ai partiti, ad esempio, e per le politiche a partire dal 2008 (alle ultime elezioni politiche del 2013, solo il 72,3% degli aventi diritto hanno votato (fonte: Wikipedia)).

Inutile negare che tale fenomeno è stato determinato in parte anche da una pessima legge elettorale, nonché dagli effetti che anni di politica scellerata hanno prodotto in combinazione con la crisi economica che stiamo vivendo e che portano il popolo a sentirsi inutile, non partecipe al circuito di decisione politica, non influente.

Questi fattori hanno secondo me, talaltro, comportato anche l’ascesa del Movimento 5 Stelle, di cui però non tratterò adesso in quanto questo esula dal mio attuale scopo.

Il mio pensiero, tuttavia, è che l’astensionismo che ha caratterizzato il recente referendum non trovi origini da queste ben comprovate cause, bensì da una questione puramente pragmatica legata alla base della nostra democrazia rappresentativa.

Mi spiego meglio, concedendomi un paragrafo introduttivo per meglio chiarire le premesse al mio ragionamento.

L’ordinamento italiano si configura come una democrazia rappresentativa, ovvero i cittadini eleggono i membri dell’assemblea legislativa ogni 5 anni affinché essi, secondo le norme che regolano l’esercizio della funzione legislativa, possano prendere decisioni per loro conto.Sarebbe assurdo, almeno per la maggior parte degli Stati moderni, pensare che i cittadini possano sobbarcarsi il compito di prendere tutte le decisioni, comprese quelle che riguardano ad esempio la sicurezza alimentare o la politica estera!

Noi italiani eleggiamo i nostri rappresentanti affinché essi impieghino le loro ampie conoscenze al fine di prendere giuste e ponderate decisioni, affidandosi anche ad esperti esterni laddove si ritiene necessario.

Il referendum, pertanto, rappresenta una sorta di eccezione alla regola che affianca, in un certo senso completa la democrazia rappresentativa, laddove si ritiene che una decisione debba essere presa direttamente dal popolo.

L’iniziativa del referendum, nella storia della nostra Repubblica, parte solitamente dal popolo stesso attraverso la raccolta delle firme o da membri del Parlamento: questa volta, invece, sono state le Regioni a fare il primo passo, per evidenti motivi di ordine economico-pratico.

Il nucleo del mio pensiero sta proprio nel fatto di non aver ben capito perché, per una questione così delicata e tecnica che richiede conoscenze avanzate sulla materia, le Regioni abbiano deciso di affidare al popolo una tale decisione che, in base a quanto detto finora, spetterebbe di norma al Parlamento e al Governo.

Per dirla con una metafora, è come se un tale andasse al ristorante, ordinasse una tartare di tonno e del vino, e si sentisse dire dal cameriere “vada in cucina, si prepari lei la tartare e vada in cantina a prendere il vino”: come reagirebbe una qualunque persona ragionevole? Si alza e se ne va, logico!
E farebbe anche bene, per almeno due motivi:
·       Non deve cucinare lui, ci sono persone preposte a farlo: se così non fosse, non sarebbe un ristorante;
·       Non saprebbe prepararsela da solo la tartare, in quanto non è il suo mestiere!
Sarebbe forse il nostro ipotetico cliente del ristorante un inadempiente? Un fannullone? No, credo sarebbe semplicemente una persona ragionevole e basta.

Pertanto non capisco perché il popolo, senza che abbia le conoscenze necessarie in materia di ingegneria, estrazione di idrocarburi nonché di economia e diritto amministrativo, debba prendere decisione su una quisquiglia del genere. Non abbiamo forse un Parlamento per questo?

Un altro aspetto critico affine a questo mio pensiero riguarda anche l’articolo 117 della Costituzione, che stabilisce le materie di competenza esclusiva delle regioni e quelle di cd. competenza concorrente: perché una materia così importante come l’approvvigionamento energetico viene affidata alle regioni (o per meglio dire, non viene affidata esclusivamente allo Stato)? Mistero.

Inutile rivangare cose del passato, è vero, ma è evidente come affidare determinate decisioni delicate al popolo è da irresponsabili, cosa tralaltro provata dal fatto che la Costituzione stessa non permette l’utilizzo del referendum per materie particolarmente tecniche come tributi, bilancio e ratifica di trattati internazionali (fonte: art. 75 Cost.); anche se le concessioni regionali sulle trivelle non sono un limite esplicitamente previsto dalla Costituzione, è chiaro come la direttiva, la linea di fondo seguita dal costituente è appunto quella di precludere le decisioni di tipo tecnico al normale iter legis, come giusto che sia.

E ne sono prova anche tutte le assurdità che si sono lette su Facebook e sui vari canali di informazione in questi giorni: chi da strane interpretazioni agli esiti del tipo “dimostriamo a Renzi che deve fare le valigie”, chi la mette sul piano puramente ambientalistico, e quant'altroTutta roba che non c'entra assolutamente nulla col quesito in analisi.

Un manifesto affisso ad Atrani (SA)

Io, per le ragioni sinora trattate e per la prima volta nella mia vita, andando contro tutti i miei princìpi, mi sono astenuto. Non me ne pento e, per questo particolare caso, ritengo profondamente ingiusto ostracizzare chi abbia deciso di comportarsi in questo modo.

Sono sicuro che quando gli italiani – me compreso, verranno chiamati ad esprimersi su temi di loro reale interesse e competenza, non mancheranno di svolgere il loro nobile dovere civile.


Francesco Anastasio

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