Che l’Italia
sia un paese un strano, a tratti
anche un po’ illogico -- diciamocelo,
non è una novità.
Lo diceva Winston Churchill, in una celebre citazione a lui attribuita ma di cui non ho trovato la fonte esatta, secondo il quale siamo un popolo bizzarro; ma lo dimostrano anche tutte le vicende degli ultimi 20 anni che ci portano a pensare, almeno sotto un profilo puramente politico, che siamo un popolo unico al mondo, anche in senso non positivo.
Lo diceva Winston Churchill, in una celebre citazione a lui attribuita ma di cui non ho trovato la fonte esatta, secondo il quale siamo un popolo bizzarro; ma lo dimostrano anche tutte le vicende degli ultimi 20 anni che ci portano a pensare, almeno sotto un profilo puramente politico, che siamo un popolo unico al mondo, anche in senso non positivo.
E’ pur
vero tuttavia che, a ben vedere, sono proprio le nostre specificità che ci
hanno reso in passato un popolo innovatore, apportatore di importanti
contributi alla storia e alla cultura di tutto l’Occidente: si prendano, a puro
titolo di esempio, il Rinascimento italiano e – perché no, anche la nostra
Costituzione del 1948.
Sarebbe
un argomento molto interessante da approfondire, ma non credo che questo sia il
momento più adatto per farlo, in quanto richiede molto spazio. Mi riservo
tuttavia la possibilità, qualora interessasse a qualcuno, di farlo in futuro.
Tuttavia
questa sommaria premessa mi è necessaria per introdurre la mia personale
visione di determinati fenomeni che si stanno verificando nel nostro Paese e
che hanno avuto modo di manifestarsi palesemente quest’oggi, nei risultati del
referendum riguardante le concessioni regionali per la trivellazione di gas
idrocarburi, tenutosi ieri - giorno 17/04/2016.
L’esito
del referendum abrogativo è stato il seguente: votanti: 31,19% degli aventi
diritto, Sì: 85,84%, No: 14,16% (fonte: ansa.it ).
Evidentemente il dato che colpisce è quello dei votanti, ovvero un misero 31%, percentuale ben lontana da quella del 50%+1 stabilita dalla Costituzione.
L’astensionismo
non è certo un fenomeno nuovo in Italia dato che, soprattutto in tempi recenti,
si verifica spesso e in diverse occasioni: per le elezioni interne ai partiti,
ad esempio, e per le politiche a partire dal 2008 (alle ultime elezioni
politiche del 2013, solo il 72,3% degli aventi diritto hanno votato (fonte: Wikipedia)).
Inutile
negare che tale fenomeno è stato determinato in parte anche da una pessima
legge elettorale, nonché dagli effetti che anni di politica scellerata hanno
prodotto in combinazione con la crisi economica che stiamo vivendo e che
portano il popolo a sentirsi inutile, non partecipe al circuito di decisione
politica, non influente.
Questi
fattori hanno secondo me, talaltro, comportato anche l’ascesa del Movimento 5
Stelle, di cui però non tratterò adesso in quanto questo esula dal mio attuale
scopo.
Il mio
pensiero, tuttavia, è che l’astensionismo che ha caratterizzato il recente
referendum non trovi origini da queste ben comprovate cause, bensì da una
questione puramente pragmatica legata alla base della nostra democrazia
rappresentativa.
Mi
spiego meglio, concedendomi un paragrafo introduttivo per meglio chiarire le
premesse al mio ragionamento.
L’ordinamento
italiano si configura come una democrazia rappresentativa, ovvero i cittadini
eleggono i membri dell’assemblea legislativa ogni 5 anni affinché essi, secondo
le norme che regolano l’esercizio della funzione legislativa, possano prendere decisioni per loro conto.Sarebbe
assurdo, almeno per la maggior parte degli Stati moderni, pensare che i
cittadini possano sobbarcarsi il compito di prendere tutte le decisioni, comprese quelle che riguardano ad esempio la
sicurezza alimentare o la politica estera!
Noi italiani eleggiamo i nostri rappresentanti affinché essi impieghino le loro ampie conoscenze
al fine di prendere giuste e ponderate decisioni, affidandosi anche ad esperti esterni
laddove si ritiene necessario.
Il
referendum, pertanto, rappresenta una sorta di eccezione alla regola che affianca, in un certo senso completa la
democrazia rappresentativa, laddove si ritiene che una decisione debba essere
presa direttamente dal popolo.
L’iniziativa
del referendum, nella storia della nostra Repubblica, parte solitamente dal
popolo stesso attraverso la raccolta delle firme o da membri del Parlamento: questa
volta, invece, sono state le Regioni a fare il primo passo, per evidenti motivi
di ordine economico-pratico.
Il
nucleo del mio pensiero sta proprio nel fatto di non aver ben capito perché,
per una questione così delicata e tecnica che richiede conoscenze avanzate sulla
materia, le Regioni abbiano deciso di affidare al popolo una tale decisione che,
in base a quanto detto finora, spetterebbe di norma al Parlamento e al Governo.
Per dirla
con una metafora, è come se un tale andasse al ristorante, ordinasse una tartare di tonno e del vino, e si
sentisse dire dal cameriere “vada in cucina, si prepari lei la tartare e vada
in cantina a prendere il vino”: come reagirebbe una qualunque persona
ragionevole? Si alza e se ne va, logico!
E farebbe anche bene, per almeno due motivi:
E farebbe anche bene, per almeno due motivi:
·
Non deve cucinare lui, ci
sono persone preposte a farlo: se così non fosse, non sarebbe un ristorante;
·
Non saprebbe prepararsela
da solo la tartare, in quanto non è il
suo mestiere!
Sarebbe forse il nostro
ipotetico cliente del ristorante un inadempiente? Un fannullone? No, credo sarebbe
semplicemente una persona ragionevole e basta.
Pertanto
non capisco perché il popolo, senza che abbia le conoscenze necessarie in
materia di ingegneria, estrazione di idrocarburi nonché di economia e diritto
amministrativo, debba prendere decisione su una quisquiglia del genere. Non
abbiamo forse un Parlamento per questo?
Un
altro aspetto critico affine a questo mio pensiero riguarda anche l’articolo
117 della Costituzione, che stabilisce le materie di competenza esclusiva delle
regioni e quelle di cd. competenza
concorrente: perché una materia così importante come l’approvvigionamento
energetico viene affidata alle regioni (o per meglio dire, non viene affidata
esclusivamente allo Stato)? Mistero.
Inutile
rivangare cose del passato, è vero, ma è evidente
come affidare determinate decisioni delicate al popolo è da irresponsabili, cosa tralaltro provata dal fatto che la Costituzione stessa non permette l’utilizzo del
referendum per materie particolarmente tecniche come tributi, bilancio e
ratifica di trattati internazionali (fonte:
art. 75 Cost.); anche se le concessioni regionali sulle trivelle
non sono un limite esplicitamente previsto dalla Costituzione, è chiaro come la
direttiva, la linea di fondo seguita dal costituente è appunto quella di precludere le decisioni di tipo tecnico al normale iter
legis, come giusto che sia.
E ne
sono prova anche tutte le assurdità che si sono lette su Facebook e sui vari canali di informazione in questi giorni: chi da
strane interpretazioni agli esiti del tipo “dimostriamo
a Renzi che deve fare le valigie”, chi la mette sul piano puramente
ambientalistico, e quant'altro. Tutta roba che non c'entra assolutamente nulla col quesito in analisi.
![]() |
| Un manifesto affisso ad Atrani (SA) |
Io,
per le ragioni sinora trattate e per la prima volta nella mia vita, andando
contro tutti i miei princìpi, mi sono astenuto. Non me ne pento e, per questo
particolare caso, ritengo profondamente ingiusto ostracizzare chi abbia deciso
di comportarsi in questo modo.
Sono
sicuro che quando gli italiani – me compreso, verranno chiamati ad esprimersi
su temi di loro reale interesse e competenza, non mancheranno di svolgere il
loro nobile dovere civile.
Francesco Anastasio
